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Domenica 1 ottobre a Marzabotto

Ore 6.30. La sveglia suona inesorabile strappandomi al mio sonno domenicale, cerco di prepararmi senza svegliare i miei genitori che riposano tranquilli e, mentre mi annodo davanti allo specchio il fazzoletto tricolore dell’associazione, penso: "Speriamo bene!". Giunta nel luogo preposto a ritrovo, il piazzale della polisportiva Villa d’Oro, non faccio in tempo a scendere dall’auto che il compagno Guidetti si materializza paventando una sciagura: i posti prenotati sul pullman sono cinquanta, la capienza è di cinquantatre, e le persone da caricare ... cinquantaquattro. "Indovina a chi tocca stare in piedi?", ironizza Raymond, giovane rampollo della Sinistra Giovanile di Campogalliano. Combattuta tra il sonno e l’amarezza, salgo i gradini del pullman sui quali rimarrò appollaiata per tutto il viaggio e "faccio l’appello": davanti ai miei occhi sfilano nomi che subito associo a visi, sono persone importanti (mi è stato detto), persone che hanno cambiato la vita del mio quartiere e della mia città. Chi ha dedicato la vita ad un circolo, chi al sindacato, chi ha creduto da sempre nella forza aggregativa di una polisportiva; ogni nome è un tassello di storia, non della storia ufficiale ed altisonante che noi giovani conosciamo, quella insignificante e lontana che ti insegnano a scuola, ma della storia che puoi solo scoprire, un giorno, per caso, imparando a conoscere la realtà che ti circonda. Ho un compito da svolgere: devo interloquire con i passeggeri ed invitarli a partecipare alle prossime iniziative dell’ANPI. Cercando di non emozionarmi, riassumo brevemente i fatti di Marzabotto che andiamo a commemorare, inserendo, poi, brevi cenni sull’ "armadio della vergogna" e sugli ultimi sviluppi del processo ai responsabili; i compagni sono attenti, seguono le mie parole come se io avessi da insegnare loro qualcosa, come se il fatto che io sia lì avesse un significato. Cito la battaglia di Benedello e altre commemorazioni; sono insicura, conosco a malapena ciò di cui parlo, vorrei che fossero loro a raccontarmi, a dirmi di più, a mostrarmi le "strade della Memoria" di cui di lì a poco avrebbe parlato Veltroni. Eppure, nonostante l’emozione, so che quello che sto facendo è incredibilmente serio. So che, in quel contesto, un giovane è un elemento rilevante. Nel mondo della scuola, dell’università, della politica, delle istituzioni, spesso per i giovani c’è la marginalità, il sentirsi impotenti e bistrattati, mentre su un pullman diretto a Marzabotto c’è spazio anche per loro. Arrivati a destinazione, dobbiamo fare i conti con una fiumana di persone che ci impedisce di raggiungere agevolmente la piazza; molti compagni sono indispettiti ed è difficile mantenere aggregato il gruppo. La folla ci disperde e noi quattro studenti (Lara e Maddalena del liceo Tassoni, Raymond ed io) siamo costretti a visitare il sacrario e ad assistere ai comizi da soli. Leggiamo parole pesanti: "Meditate il nostro sacrificio" ammonisce l’architrave dell’edificio, e "meditare" è un termine ricorrente anche nel discorso di Veltroni. "Meditare" deriva da un’antica radice latina che appartiene anche al termine "medico", una radice che significa contemporaneamente "riflettere" e "curare". Perché riflettere con attenzione, ragionare sulla storia, fare propri le ingiustizie ed i dolori significa prima di tutto lenire le ferite del passato e costruire la speranza del futuro. Ricordare con cognizione ed operare per una società migliore è la stessa cosa, questo ci insegna Marzabotto. Siamo colpiti dall’austerità del luogo, dalla commozione che pervade l’aria e dalle parole di Veltroni che modulano il nostro stato d’animo; il pranzo a Tolè è meno gioioso di quel che ci aspettavamo, così come il viaggio di ritorno. Tappa dopo tappa, il pullman si svuota. Vorrei salutare ogni compagno che scende, vorrei chiedere a ciascuno impressioni e ricordi, vorrei capire come si fa a superare la commozione ed iniziare ad agire nella società per cambiarla in meglio, come hanno fatto tutti loro. "Che cos’è il vero bene? E’ la conoscenza della realtà", scriveva il filosofo Seneca, perché i giovani non possono operare per il cambiamento se qualcuno o qualcosa non spiega loro il vincolo inestricabile che lega il passato e il presente, se nessuno più sottolinea che la Resistenza e l’antifascismo sono là, sulle colline di Marzabotto, ma anche nella società civile, nelle istituzioni, nel lavoro delle persone che nella realtà ci hanno creduto. I giovani hanno bisogno di "accendere il silenzio" e "guardarsi intorno", mi ripeto mentre torno a casa, evocando le parole di un poeta che non ricordo, e credo che l’ANPI esista proprio per questo.

 

RESISTENZA OGGI - OTTOBRE 2006