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Film recensione

"Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio

Il 16 Marzo 1978, a Roma, in un agguato organizzato dalle Brigate rosse, viene rapito il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e uccisi gli uomini della sua scorta. Dopo circa due mesi, il 9 maggio, Aldo Moro viene trovato nel bagagliaio di una Renault 4, morto, ucciso dalle BR. Un evento centrale nella storia politica italiana del secondo dopoguerra, che Belloccio, con una scarna cronaca, ci racconta con questo film.
Il film di Bellocchio inizia con la visita all’appartamento da parte di due dei brigatisti che terranno prigioniero Aldo Moro. Con loro l’agente immobiliare che descrive i requisiti della casa. Poi la casa viene arredata, pronta per ricevere il prigioniero. Da questo momento la vicenda è raccontata attraverso i telegiornali dell’epoca, le cui immagini e i cui suoni invadono l’appartamento, e soprattutto attraverso lo sguardo della protagonista, l’unica donna del gruppo dei carcerieri di Moro, interpretata da Maya Sansa. A fatica vediamo emergere in lei i dubbi su quanto stanno facendo. Attraverso i suoi sogni, le piccole impercettibili sensazioni che noi possiamo solo immaginare, che non affiorano alla sua coscienza se non episodicamente e da cui si ritrae ogni volta sconvolta. Il gioco è sfuggito di mano ai terroristi, sembra dire Bellocchio. Ma, soprattutto, Bellocchio ha voluto immaginare un esito diverso, una presa di coscienza che non c’è stata, o forse che c’è stata ma non ha avuto la forza di imporsi. Non a caso questa presa di coscienza è affidata a una donna, l’unica che mantiene in qualche modo i contatti con la vita reale, anche se ridotti al minimo: i rapporti con la vicina che le lascia il figlio o deve raccogliere il lenzuolo caduto; il ragazzo scrittore che frequenta la biblioteca in cui lei lavora; il ferro da stiro, la preparazione dei fagiolini. Quei piccoli gesti di vita quotidiana che danno senso alla vita, e che i suoi compagni non hanno l’occasione di compiere. Ecco perchè è lei, che non ha dirette responsabilità "guerriere", che può ricordare il padre partigiano e pensare - dopo che i suoi compagni hanno pronunciato la condanna a morte del prigioniero - alle Lettere dei condannati a morte della Resistenza, (un libro che allora si faceva leggere in tutte le scuole, che raccoglieva le lettere delle vittime del fascismo e del nazismo. Magari, di questi tempi, un libro da riproporre) e che evoca il vero tradimento operato dai terroristi: verso i valori della sinistra italiana. E’ la contrapposizione fra l’astrattezza e la concretezza. Quando Moro chiede al suo giudice se ha paura, il terrorista risponde che il singolo non conta di fronte all’umanità. Ed è qui l’origine dell’orrore. In una delle scene finali accosta l’immagine di Moro portato alla morte dai tre brigatisti a quella della cerimonia in cui tutti gli uomini politici, compreso il Papa, partecipano alla commemorazione di Aldo Moro e si autorappresentano come la fermezza e la dignità dello Stato. In questa scena al regista non serve ricorrere ad attori o modificare in qualche modo quelle immagini di repertorio, basta vederli, quei visi, quelle posture, quelle espressioni, nella qualità sgranata del documento d’epoca, per capire la responsabilità di quella classe politica e dei brigatisti nell’averla rinsaldata al potere.

 

RESISTENZA OGGI - OTTOBRE 2003