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La rete dell'odio

Il sociologo Antonio Roversi analizza l'estremismo in rete

Si intitola «L’odio in Rete. Siti ultras, nazifascismo online, jihad elettronica» (Mulino, pp. 208, 12) il nuovo libro di Antonio Roversi, docente di Sociologia della comunicazione dell'Universit' di Bologna e da tempo impegnato sul campo delle analisi dell'estremismo nel mondo del calcio e in Internet. Il viaggio comincia proprio dai siti ultras che, scrive Roversi, spalancano un’inquietante finestra sulle trasformazioni che questa subcultura starebbe subendo: dalla «normale» aggressività nei confronti dei tifosi di fede avversa all’esaltazione indiscriminata di una violenza che si carica progressivamente di accenti nazionalisti e xenofobi. L’analisi dei materiali (come video e foto di tafferugli con i tifosi delle altre squadre e con la polizia, registrazioni di cori e coreografie, ecc.) evidenzia chiari intrecci con il radicalismo di destra, feroce odio nei confronti dei giocatori di colore e un’idea del tifo calcistico come guerra, desiderio di annientamento dell’altro.

Più articolata e complessa l’analisi dei siti neofascisti che l'autore quantifica addisittura in 40 mila). L'autore divide questi siti in due categoria, una prevalentemente "nostalgica", spesso pagine raramente aggiornate, ed una seconda di "propaganda", diretta a sfruttare i classici simboli neofascisti e neonazisti come marchi di identità, utili per coagulare e mobilitare le energie contro il «nemico». Ma perché questi simboli possano essere utilizzati è necessario ripulirli dalla sporcizia: così si legge che Auschwitz altro non era che un campo di lavoro dove le uniche morti erano legate a malattia e fatica, che il diario di Anna Frank è un falso clamoroso, che il gas Zyklon serviva solo a eliminare i pidocchi dagli abiti.

Paradossalmente l'opera di pulizia crolla nel momento di indicare i nuovi «bersagli», come gli extracomunitari. Impressionante la violenza che vibra nei siti americani che, mixando le ideologie neonaziste all’integralismo cristiano, ripropongono ossessivamente il tema della lotta ai rischi di «contaminazione» razziale: sostenuti da potenti cospiratori ebrei (infiltrati ai vertici dell’economia e della politica mondiali), negri e omosessuali «contaminano» la cultura «wasp», in un’America infiacchita dalle droghe, dalla decadenza dei costumi e dal calo della natalità.

Questo stereotipo della «decadenza» occidentale si ritrova anche nella terza subcultura online analizzata da Roversi: quella dei siti dell’estremismo islamico.

Una galassia, avverte l’autore, che sarebbe sbagliato omologare ad un unico modello, ma che presenta un indubitabile carattere comune: si tratta di veri e propri strumenti di propaganda bellica che mirano: 1) a tenere alto il morale delle popolazioni civili esaltando l’eroismo dei combattenti, 2) a dimostrare l’inumanità del nemico (per esempio dando risalto alle immagini di donne e bambini uccisi dai bombardamenti occidentali), 3) a fiaccare lo spirito del nemico con le minacce (vedi le immagini di spietate esecuzioni di ostaggi). A chi si rivolgono queste pagine (tenuto conto che il tasso di connessione nei Paesi islamici è ancora molto basso)? Ai giovani della diaspora islamica in Occidente (soprattutto a quelli di seconda, terza generazione, insoddisfatti della mancata integrazione, in cerca di radici, più sensibili al linguaggio dei new media), agli altri gruppi armati (per consentire lo scambio reciproco di informazioni sulle proprie attività e stato di salute), e indirettamente alla popolazione (i materiali digitali, presumibilmente, vengono scaricati e convertiti in formati che possono circolare attraverso canali tradizionali).

In una recente intervista al Corriere della Sera Roversi ha ammesso di avere avuto più volte la tentazione di spegnere il computer. C'é davvero da credergli.

 

RESISTENZA OGGI - GIUGNO 2006