Paradise now
La Palestina in un film
In un’epoca in cui tv e giornali vanno verso la completa e deleteria strumentalizzazione propagandistica il cinema può davvero rappresentare l'alternativa, forse perfino l’unica rimasta, contro il tragico assenteismo della ragione: Paradise now è in questo senso un’ottimo film, in cui si compenetrano elegantemente impegno sociale, denuncia garbata e messa in scena estetica.
Nella breve pellicola il regista Hany Abu-Hassad sembra quasi prenderci per mano e spalancarci le porte di casa sua, se per casa sua intendiamo una cittadina della Palestina odierna dilaniata dal conflitto israelo-palestinese e se siamo disposti a seguire la drammatica vicenda senza pregiudizi limitanti.
La trama ci racconta infatti di due ragazzi palestinesi che decidono di incontrare la morte come kamikaze e vengono perciò spediti dai loro superiori alla frontiera israeliana completamente imbottiti di esplosivo, pronti a farsi saltare in aria; l'occhio meccanico della cinepresa ci offre una sorta di long take che dura tutto il film, costringendoci a vivere con loro l’intera giornata precedente
La "missione", passata insieme alle loro famiglie, prima di iniziare i rituali connessi.
Proprio in questo risiede il significato della pellicola, in questa dolorosa contraddizione tra la normalità della vita dei ragazzi, circondati dall’affetto delle famiglie, e il loro destino di morte, desiderata in conformità con le loro convinzioni politico-religiose, ma pur sempre temuta.
Noi siamo i testimoni assenti del dissidio interiore che anima questi martiri moderni, in particolare uno dei due, e ciò ci sprona a riflettere sul tema trattato e in generale sul valore della vita e delle ideologie.
Il regista sembra in questo senso lasciare un’incognita, senza voler fornire precetti morali o pregiudizi sterili, utilizzando la forma dialettica per esporre le varie tesi e introducendo un terzo personaggio, quasi un’ago della bilancia ‘, rappresentato da una ragazza giornalista, dietro il cui tentativo di insinuare dubbi etici potrebbe celarsi il pensiero di Assad.
Il pericolo di autoreferenzialità di questo film viene scongiurato grazie ad una messa in scena all’insegna della semplicità , che sembra quasi rispettare l’aristotelica teoria dell’unità di luogo di spazio e di tempo.
Anche l’ambientazione e la fotografia non vengono trascurate, sebbene la tragicità del tema non si presti a logiche particolarmente estetizzanti e decorative; gli scenari sono quelli della cittadina di Nablus, scorci minimali e realistici, che sembrano indurre lo spettatore all’introspezione psicologica ed empatica nei confronti del personaggio che in quello scorcio si sta muovendo.
Il tema della fede è sicuramente presente come sostrato nonché causa scatenante della volontà di morte dei kamikaze, ma viene anch’essa trattata chirurgicamente, attraverso il filtro dell’arte.
La splendida inquadratura frontale dei commensali, tra cui i due ragazzi, che consumano un ultimo pasto prima della vestizione e del testamento è quasi un calco vivente dell’ultima cena leonardiana; l'arte dunque come mezzo di espressione svincolato da ogni ideologia, come zona franca in cui annullare i conflitti esterni e il cinema come arte di arrivare dove l’occhio umano non puo arrivare nel documentare la realtà.
Il film ha forse la piccola pecca della lentezza, ma è un prezzo che bisogna essere civilmente e moralmente disposti a pagare se si vuole aprire gli occhi sul mondo odierno.
Paradise now
Anno 2005
Genere: drammatico
Regia Hany Abu-Assad
Distribuzione Luky red
Durata 98'
Andrea Santoiemma
RESISTENZA OGGI - DICEMBRE 2006
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