Il testamento spirituale di
Giacomo Ulivi
in una lettera agli amici
"Cari
amici - scrive Giacomo Ulivi- vi vorrei confessare innanzi tutto, che
tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata
con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci
circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi,
temevo di apparire "falso", di inzuccherare con un patetico
preambolo una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa
immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare
con voi. Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi
stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che
abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto,
per giungere ove siamo giunti. Ecco per esempio, quanti di noi sperano
nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta
vita? (...) Benissimo, è un sentimento generale, diffuso e
soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio
invincibile di "quiete", anche se laboriosa è il segno
dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il
tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione
politica.
È
il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione
ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando
per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti
di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della "sporcizia" della
politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni
ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti (...)
Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni
attività politica. (...) Lasciate fare a chi può e
deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano
lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli
eventi. (...) Credetemi, la cosa pubblica è noi stessi: ciò che
ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota.
(...) Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa
pubblica sia noi stessi, che ogni sua sciagura è sciagura nostra...per
questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con
calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo
vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere.
Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto
sapere. Ricordatevi siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto
non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi.
Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino
del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra
volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità,
se andremo incontro ad un pericolo negativo? (...) Oggi bisogna combattere
contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti:
ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo,
e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto
su di noi. Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so,
ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.
Questa lunga lettera, mai spedita, che si può considerare il testamento
spirituale di Giacomo Ulivi, fu da lui scritta nei mesi del suo forzato
esilio a Modena, su 14 foglietti staccati da un taccuino e poi ritrovati
dopo la sua morte, tra le pagine dei suoi libri nella sua casa di via
Castel Maraldo.
RESISTENZA OGGI - DICEMBRE
2003
|